Tu sei per me

Quando mia madre è morta, esattamente due anni fa, non saprei dire cos’ho provato.
Un dolore così non si traduce in parole, non si può spiegare, forse solo l’arte, in qualche modo mi può aiutare a farlo.
Il mio pensiero costante è che lei è sotto la mia pelle, è ovunque intorno a me, è in tutto ciò che amo e che desidero.
L’incontro con il lavoro di Moira è stato queso per me, una possibilità per tenerla qui, stretta accanto a me, ancora.

Il mio prezioso Psicoterapeuta, mesi fa ha trovato una busta di vecchi rullini, mai sviluppati, buttata per terra. Ha pensato di darmela, dato che io lavoro con l’arte e con la fotografia. Non sapeva che mi stava consegnando la mia “storia mancata”.
Ho deciso di sviluppare quei rullini e magicamente tra le mie mani sono apparse delle foto di luoghi e posti, vicini e lontani, tantissimi visitati insieme a mia madre.

Viaggiare era una delle tante cose che amavamo profondamente fare insieme.
Ho deciso di stampere alcune immagini e trasformarle in cartoline.
Volevo che queste cartoline potessero viaggiare davvero, come purtroppo io e lei non possiamo più fare.
Avevo però bisogno che qualcuno mi rispondesse, come se fosse lei, come fosse un regalo. Ringrazio mio padre, perchè nonostante sia stato per gli ultimi 32 anni di vita di mia madre il suo ex marito, è stato un amico e custode di un amore prezioso, il loro, che andava oltre le etichette. Mio padre ha risposto alle mie cartoline come fosse lei, nessuno mai avrebbe saputo meglio avvicinarsi a ciò che mia madre mi avrebbe scritto.
“TU SEI PER ME” è per me un inno alla vita, che tanto mi ha tolto e tanto mi ha dato.

Le mie onoranze

Dimmi tante cose


Addio, e grazie per tutte le betacellule


Wasabi

The body of work originates from an archive digging into images taken during my four years long experience in London six years ago.
My stay in London coincided with a difficult moment in my life. I lived in 20 square meters where I spent most of my spare time. I watched passers-by from my window. It felt safe.
Many of the images shot during those years had never been opened since. Many of them were then rejected and archived. While I was browsing through the images I tried to find a thread that could lead me to a different interpretation of my story. After so much time I felt the need to work again with those images to make sense of my experience, interpret and archive it.
What follows is a short text I jotted down then which might help understand some of the feelings behind the images – or not.

In London I saw passers-by, unfamiliar faces, in a hurry towards an unknown day, carrying their faces with pride as ennobled by an inner awareness.
In London I saw, restaurants full of guests, oblivious and happy as in a journey to eternal youth.
In London I saw, windows, blind eyes, altars, shameless offers, tributes of flowers.
In London I spied on windows at night, saw glimpses of hands, legs, televisions turned onto the cool of the evening, conversations, tired gestures, rest.
In London I saw caricatures of trees, standing courageous, besieged by houses.
In London I spent weeks in a square meter and saw life through passers by. I saw rich women and poor men. And everything in between. I saw the self confidence of a young man grow, a friendship flourish and die, a love born.
In London I saw boys and girls lying in the sun in their best clothes.
I saw neglected spaces, monster buildings, dirt.
In London I wandered unknown, thought I heard someone calling me – and turned.


La casa nasconde (ma non ruba)

Nel silenzio dei luoghi svuotati di presenze restano le tracce di chi c’era e non c’è più. Risuonano i gesti precedenti all’abbandono. Gli oggetti assistono alla scomparsa dei loro proprietari, di chi li ha prodotti e venduti, di chi li ha acquistati, ricevuti o desiderati

Nel deposito degli arredi dei terremotati aquilani sono accatastati pacchi avvolti nel cellophane con nome e indirizzo di chi li possedeva. Ogni tanto i proprietari superstiti vanno a guardare, a toccare con gesti cauti e discreti i loro beni, sopravvissuti alla catastrofe. A volte i proprietari non ci sono più.

Crediamo di possedere i nostri oggetti. Li scegliamo con cura o li riceviamo in regalo. Decidiamo dove collocarli, li spolveriamo. Li rimiriamo, oppure li ignoriamo, abituati alla loro presenza. Crediamo che i nostri oggetti abbiano acquisito valore nelle nostre mani. Attribuiamo loro un senso, legato ad un ricordo, ad un momento, ad uno status.

Ma loro non notano la nostra presenza, non soffrono della nostra assenza. 

Passano di mano in mano, dai genitori ai figli, da un amico ad un amico, da un vecchio proprietario ad un nuovo acquirente in un mercato, un robivecchi, un antiquario. Restano indifferenti alle mani che li scelgono, oltrepassano i decenni, le generazioni, i secoli, noncuranti del dipanarsi delle vite umane.

Ci sopravvivono.


Le mie assenze

… le mie storie mancate, le mie assenze…ciò che non è stato e che avrebbe potuto essere.
Un “buco” creato dalle mie assenze, che mi porta a volte 
ad inciampare, 
a somatizzare, 
a sentire la mancanza, 
a sentire l’inadeguatezza, l’ansia, la paura, la tristezza, la rabbia,
a sentire il peso del vuoto.
Il desiderio di recuperare e mantenere vivi i colori della spensieratezza, 
della fanciullezza, 
delle mie parti infanti.
Solo il contatto con gli elementi naturali,
con i colori appartenenti alle emozioni più profonde,
io riesco a recuperare quelle parti che mi permettono di vivere in quel vuoto, in quelle assenze…
e le Assenze diventano Presenze
che si uniformano a ciò che sono, a chi sono.
Le mie Assenze
Fondamento della mia unicità, del mio essere Presente a me stessa.

Petrosinella


Chi ti chiama, Elisa?

Chi ti chiama, Elisa? è un cortometraggio di 2’30” realizzato nel corso del workshop online Una storia mancata tenuto da Moira Ricci. Si tratta di una sequenza di immagini fotografiche commentate da una voce off, attraverso cui ho cercato di indagare per allusioni il rapporto con l’identità, la memoria e il ruolo della maschera, nella vita reale come nella sua messa in scena: la fotografia, il teatro, il cinema.

Rêverie

Che il segreto dell’arte sia qui?
Ricordare come l’opera si è vista in uno stato di sogno,
ridirla come si è vista,
cercare sopratutto di ricordare.
Ché forse tutto l’ inventare è ricordare.

Elsa Morante

Ho sognato molto l’altra notte.
Sogni vividi, lucidi e frammentati. Luoghi, persone, racconti.

Immagini che arrivano da lontano e manifestano volontà taciute, paure sussurrate. 
Ogni immagine ripercorre luoghi, ricordi e desideri,
diventa simbolo e svela altre possibili realtà.
Dettagli da osservare, comprendere e lasciar andare. Come in un sogno.

Sognare per continuare a sentire, ricordare e raccontare.
Scattare per fissare luoghi, momenti, sensazioni.

Sovrapporre per trattenere, strappare per lasciar andare.
Fuga. Risoluto, non troppo vivo.